Cacume e Morbano

Notizie storiche di questi due paesi si trovano in Gattinara, Storia di Tagliacozzo, pag. 37

(si parla dei paesi e villaggi che formarono Tagliacozzo)

7° Cacumen. Il nome stesso di questo villaggio rivela che era fabbricato sulla vetta di un monte che si eleva al di sopra delle vallette che frastagliano la nostra vasta montagna. Il locale ritiene lo stesso nome, ed i ruderi ne pruovano la esistenza.
8° Verumpano, oggidì corrottamente detto Urbano o Morbano. Era a poca distanza dal fonte detto Vetrina, vulgo Utrina, e lo mostrano non solo gli avanzi delle case, ma anche le spalliere dei terreni messi a coltura e la via che menava alla detta fontana. L’aggregamento di questo villaggio e di Cacumen al nostro paese, non avvenne per le invasioni barbariche, come gli altri enunciati; ma per mera fatalità che la costante tradizione, abbenchè non ne determini l’epoca, ed un manoscritto inedito ci tramandano (riportato dal Di Pietro, e trovato fra le memorie raccolte dal fu D. Marino Tomassetti di Pescina).
Questi due villaggi non distavano fra loro più di tre i chilometri circa. I rispettivi abitanti si odiavano a morte per le continue questioni di confine, di pascolo e di bosco, le quali erano causa di ferimenti e omicidi.
Un giorno in cui più accanito divampò lo sdegno, ciascuna parte risolvè farla finita. Un monte boscoso, detto la Maddalena, da Cacumen, declinando sempre, va a finire ai pressi di Verrumpano, e le due pendenze guardano l’est e l’ovest. Ora, nel mentre quei di cacumen compatti ed armati muovevano alla volta di Verumpano, per un declive, anche questi per il versante opposto, mossero contro Cacumen. Battendo sentiero opposto, non si incontrarono, e addebitando a fuga degli abitanti il paese il paese nemico che trovarono disabitato, fecero le loro vendette con appiccare il fuoco al caseggiato, e tronfi dell’opera, ciascuna parte fece ritorno in patria per la stessa via. Ma quale dovette essere la sorpresa scambievole allorchè videro la patria andare in fiamme? Cosi in un giorno, e nell’ora istessa, perirono questi due villaggi, i di cui abitanti si rifuggiarono parte in Tagliacozzo, e parte in Verrecchie, ove trasportarono la campana grande che trovasi in quel campanile. L’epoca di tale avvenimento non è precisata, ma può rimontare, a giudizio dei vecchi, al XV o XVI secolo. In essa campana si scorge la data della fusione 1525.

Altra notizia la si trova in Di Pietro, Agglomerazioni,

(si parla dell’origine di Tagliacozzo)

e quindi alla fine del secolo XIV come è avvenuto per l’intera diocesi dei Marsi, quei carseolani ammisero nel loro consorzio:
1 ) gli abitanti di S. Nicola popolano;
2) gli abitanti dell’antica Verrecchie, che erano molti;
3) gli abitanti di San Anzuini che era fabbricato vicino all’attuale Calvario;
4) gli abitanti il paese Santa Croce aggregato alla parrocchia di S. Egidio;
5) gli abitanti di Cocume paese fabbricato sopra la montagna;
6) e gli abitanti di qualche altro loco

Del resto in una carta rinvenuta fra le memorie riunite del fu D. Marino Tomassetti di Pescina, trovo annotata la seguente tradizione:
Esistevano nelle montagne di Tagliacozzo due paesetti i chiamati Varrumpano e l’altro Cocume; denominazione che
si sono conservate sino ai tempi nostri. Erano gli abitatori scambievolmente nemici fino al segno di meditare la distruzione degli altri. Eseguirono il concepito disegno, nella stessa notte quelli di Varrumpano per incendiare Cocume, e quei di Cocume per incendiare Varrumpano, come fecero risolutamente. Quando poi senza saperlo vollero rientrare nelle proprie abitazioni, ognuno le trovò bruciate, e cosi strinsero amicizie e fabbricarono il paese di Verrecchie, situato a poca lontananza. Si faccia di questa tradizione quel conto che merita.

Fino a poco tempo fa i vecchi di Pereto indicavano con il termine di cacumenesi gli abitanti del rione  l’aota e qualcuno indicava quelli del rione Paghetto con il termine di Morbano.

Oggi dei due paesi non rimangono che le tracce delle case e diversi frammenti di ossa umane.

Un articolo è stato scritto da Enrico Balla in merito a Morbano: Le rovine di Morbano

 

Estratto da: Giuseppe Grossi, Marsica: guida storico-archeologica, Aleph editrice, maggio 2002, pagg.35-38

L’ insediamento di “Rocca Morbano” è uno dei piti piccoli dell’area marsicana, ex territorio equo, ed è posizionato sugli altopiani che separano l’Abruzzo e il Lazio nel territorio di Cappadocia, sui confini con Subiaco. Il nome originale, ed antico, dell’insediamento c’è conservato dal Febonio nel Seicento, riguardo al suo conflitto con il famoso storico Cluverio sull’ubicazione del municipio marso di Marruvium (San Benedetto dei Marsi). Ebbene, il Cluverio sosteneva di riconoscerlo nell’insediamento d’altura di Marrumpano sui monti del Carseolano, provocando l’ira del prelato marsicano che invece lo identificava con “il Piano di Marcio” sopra Ortucchio: «Cluverius, sicut quidam alius, qui Marrumpanum in Montibus Carseolanis positum nominis similitudine deceptus Marruvium affirmavit». L’informazione di Cluverio, riportata dal Febonio, è essenziale per ricostruire la storia di quest’insediamento abbandonato, come vedremo, intorno alla metà del Cinquecento e poi passato nella “tradizione” orale relativa della distruzione di Verumpano e Cacume, conservata in un manoscritto settecentesco del barone Marino Tomasetti di Pescina.

 

Il Di Pietro, riguardo alla storia dello sviluppo di Verrecchie sull’alta valle dell’lmele, parla espressamente del manoscritto del Tomasetti e del conflitto che aveva portato alla distruzione dei due insediamenti d’altura, mentre una maggiore precisazione è nel tagliacozzano Gattinara che conosceva più direttamente la tradizione, visto che il Tomasetti l’aveva appresa proprio a Tagliacozzo: «Verumpano oggidì corrottamente detta Urbano o Morbano. Era a poca distanza dal fonte detto Vetrina vulgo Utrina, e lo mostrano non solo gli avanzi delle case, ma anche le spalliere dei terreni messi a coltura e la via che menava detta fontana. L’aggregamento di questo villaggio e di Cacumen al nostro paese [Tagliacozzo], non avenne per via delle invasioni barbariche, come gli altri enunciati, ma per mera fatalità che la costante tradizione, ebbenchè non ne determini l’epoca, ed un manoscritto inedito ci tramandano. Questi due villaggi non distavano fra loro più di tre chilometri circa. I rispettivi abitanti si odiavano a morte per le continue questioni di confine, di pascolo e di bosco, le quali spesso erano causa di ferimenti e di omicidi. Un giorno in cui più accanito divampò lo sdegno, ciascuna parte risolvè farla finita. Un monte boscoso detto la Madallena, da Cacumen, declinando sempre, va a finire nei pressi di Verumpano e le due pendenze guardano l’est e l’ovest. Ora, nel mentre quei di Cacumen compatti ed armati muovevano alla volta di Verrumpano per un declive, anche questi per il versante opposto, mossero contro Cacumen. Battendo sentiero opposto, non s’incontrarono, e addebitando a fuga degli abitanti il paese nemico che trovarono disabitato, fecero le loro vendette con appiccare il fuoco al caseggiato, e tronfi dell’ opera, ciascuna parte fece ritorno in patria per la stessa via. Ma quale dovette essere la sorpresa scambievole allorché videro la patria andare in fiamme? Cosi un giorno, e nell’ora istessa, perirono questi due villaggi, i cui abitanti si rifugiarono parte in Tagliacozzo, e parte in Verrecchie, ove trasportarono la campana grande che trovasi in quel campanile. L’epoca di tale avvenimento non è precisata, ma può rimontare, a giudizio dei vecchi, al XV o XVI secolo. In essa campana si scorge la data della fusione 1525».

 

Le ricognizioni nell’area nel 1991, durate tre giorni, hanno permesso di controllare le notizie del Di Pietro e Gattinara e di confermare la veridicità della “tradizione” popolare. ancora presente a Tagliacozzo, Verrecchie, Cappadocia e Pereto.

Cacumen è identificabile con sicurezza sulla quota 1.533 di Monte Cacume, sopra la valle di Campo lungo che porta a Pereto, sulla linea di confine fra Tagliacozzo e Cappadocia: qui si notano i crolli di diversi edifici posti sul pendio di un basso colle dominato da una torre quadrata del XII secolo in opera incerta medievale.

Varumpano, o il piu esatto Marrumpanum, è invece meglio conservato su una modesta altura rocciosa che domina a nord il piccolo Piano Morbano (quota 1.390) di Cappadocia con grande strada terrazzata che immette nell’abitato dal sottostante piano; resti di edifici in opera incerta medievale, tracce di fortificazioni e tattici tagli di roccia, dominati da un edificio di culto a pianta rettangolare allungata “a cassa da morto”, sottoposto recentemente a vistosi scavi clandestini che hanno riportato in luce sepolture sottopavimentali. L’edificio di culto deve identificarsi nell’Ecclesia S. Madalene, presente nelle decime vaticane dell’anno 1324 ed inserita nelle chiese di Verrecchie (vedi anche l’attuale toponimo di Fonte della Maddalena). Fra i resti medievali si notano frammenti di ceramica romana da mensa acroma e dolia di produzione italico-romana (III-lI secolo a.c.); sui lati dell’altura si vedono terrazzamenti antichi cosparsi di tegula: e dolia, probabilmente riferibili ad un piccolo vicus italico-romano su terrazze. A circa 900 metri di distanza verso ovest è presente la Fonte Vetrina del villaggio ora convogliata in un grande fontanile a due vasche degradanti.

Sulla sommità di Rocca Morbano (quota 1.515) che domina ad est l’insediamento medievale, sono i modesti resti del piccolo ocre equo di Marrumpanum con rozza recinzione in opera poligonale di I maniera ricavata su una scomoda cresta rocciosa; ben evidente la porta a corridoio interno obliquo presente sul versante sud, visibile per un metro in elevato. Sul sottostante Piano Morbano, a detta di alcuni abitanti di Pereto, in passato furono trovati resti ossei umani (tombe italiche?).

Dall’esame delle scarse fonti storiche su questo insediamento si può pensare ad una sua appartenenza medievale ai potenti baroni carseolani dei de Montana o de Montanea che vediamo, nel XII secolo, controllare i passi appenninici di Rocca di Botte, Fossaceca e Rocca di Prugna, del normanno Regno di Sicilia verso l’alta Valle dell’ Aniene dello Stato della Chiesa. Infatti, una serie di torrette quadrate di avvistamento (XII secolo) dalla Serrasecca si inoltra fino a Morbano, lasciando tracce delle sole fondazioni.

Ritroviamo il centro in età angioina, col nome corrotto di Bonapanum, in un diploma di Carlo I d’Angiò del 1273, posto fra i castra di Cappadocia e Rocca di Cerro, come proprietà dei stessi baroni carseolani. Nel XIII secolo e per quasi tutto il successivo, vediamo i de Montanea conservare la proprietà dei feudi dal Carseolano all’alta valle dell’lmele e del Liri, fra cui il castrum Buonripari e il sotto stante Rocca di Cerro. Nel 1391 , dopo un’aspra lotta condotta con inaudita ferocia fra i due contendenti (Orsini e della Montagna), i de Montanea di Tagliacozzo Pietruccio, Andreuccio, Antonio e Stefano, saranno costretti a cedere a Giacomo Orsini, conte di Tagliacozzo, i feudi di Intramonti, Buonriparo. Verrucule, Cappadocia, Pietrella e Castel di Fiume. Nel XVI secolo sono i Colonna a possedere l’insediamento montano e, con questi feudatari e gli incendi degli abitati, si conclude la vita dell’insediamento di Marrumpano con gli abitanti che si trasferiscono a Verrecchie, mentre quelli di Cacume finiranno a Tagliacozzo.

 

Riguardo al nome di Marrumpanum ritengo che sia forse riconoscibile nel Marrubio presente nella Tabula Peutingeriana71. Credo, infatti, che il collegamento di Subiaco con Marrubio, citato nella Tabula sia errato; in realtà l’unico collegamento possibile è con Alba e la “via Traiana” o Via della Campania dei Piani Palentini, strada evidenziata da tagliate su roccia, pavimentazioni stradali e tombe. Penso che nel tardo itinerario romano sia confluita la notizia di una stazio d’altura intermedia fra Subiaco ed Alba, probabilmente il nostro Marrumpanum. Nella Tabula è indicato il collegamento fra Carsoli e Marrumpano attraver­so le stazioni dell’ alta valle dell’ Aniene: Carsulis VI mp. In Monte Grani V mp. In Monte Carbonaio V mp. Vignas VII mp. Sublacio; fra Vignas e Sublacio è indicata una strada che attraversando delle montagne si congiunge con Marrubio senza indicazione però della distanza in miglia romane (mp.). È probabile che le indicazioni in miglia siano in parte errate, ma è possibile che il percorso fra Carsoli e Subiaco si svolgesse a mezzacosta, da Oricola per Cervara, sui monti posti a nord-est dell’ alta valle dell’Aniene, vista la citazione di due monti (Grani e Carbonaio), fino a scendere verso Subiaco attraversando la stazione di Vignas. Il diverticolo si staccava prima di Subiaco sotto il Monte Calvo passando per Campo dell’Osso per dirigersi verso Vallepietra e il santuario della Santissima Trinità e raggiungere, attraversando i Monti Simbruini, Piano Morbano, Cappadocia, Petrella Liri, Pagliara, Valico di Girifalco, Valle Maggiore, Piani Palentini, il raccordo con la Via della Campania di Alba Fucens nelle vicinanze di Cese.

 

La strada è evidenziata anche nella Carta Topografica dello Stato Pontificio edita nel 1851 ad opera dell’Istituto Geografico Militare di Vienna, in cui viene indicato il percorso anche oltre i limiti laziali, da Cappadocia per Petrella Liri, Pagliara, Girifalco, Vallemaggiore, Rotella della Macchietta e Cese. A questo percorso credo sia da attribuire il miliario tardoantico (proveniente dall’ emissario romano) presente nella Collezione Torlonia del Fucino e riferibile al periodo di Massimiano Erculio (286-305 d.C.): infatti, in esso viene indicata la distanza di venti miglia romane, distanza che potrebbe essere collegata al tratto Subiaco e raccordo della Via Traiana sui Piani Palentini con Alba. Ritengo sia sbagliata la ricostruzione del tracciato citato, fra Carsoli ed Alba, fatta recentemente da van Wonterghem; lo studioso propone il tracciato classico della Valeria passante per Colli di Monte Bove, Roccacerro, Tagliacozzo, Scurcola Marsicana ed Alba Fucens. Purtroppo nessuno dei nomi delle stazioni della Tabula sono documentati in toponimi moderni o in documenti medievali dell’area.